Sono passati 70 anni dall’alluvione che sconvolse il Polesine il 14 novembre 1951.
Riviviamo l’evento con questa ampia sintesi e facciamolo conoscere a coloro che non lo sanno,i morti furono 84,i senzatetto oltre 180.000.
La nostra storia non si puo’ dimenticare.
MARTEDI’ 13 novembre 1951
L’innalzamento del livello delle acque del fiume PO,conseguenza delle precipitazioni intense e continue che da giorni interessano l’Italia settentrionale ed in particolare il bacino imbrifero del grande fiume,suscitano viva preoccupazione nelle zone rivierasche del medio e basso corso.
Il mare non riceve ed il Po supera il livello di guardia.
Alle 8:00 del 12 novembre viene invasa dalle acque l’Isola di Polesine Camerini nell’estremo Delta e circa 3 mila persone devono sfollare.
Nel Basso Polesine la situazione permaneva anche ieri quasi stazionaria mentre il livello dell’acqua subiva alternative di deflusso ed aumento in corrispondenza del moto di marea,alta anche ieri nell’Adriatico,ed ostacolante cosi’,a periodi,il defluire del Po.
Purtroppo anche nella zona del Delta era temuto un peggioramento della situazione per la sempre piu’ imponente massa d’acqua giungente dal corso superiore del fiume e tutte le speranze riposavano in una maggiore ricettivita’ del mare.
Ovunque sotto la direzione dei tecnici del Genio Civile sono continuati i lavori di riparazione e rinsaldo di argini,di tamponamento di infiltrazioni e neutralizzazione di fontanazzi.
Intensa e continuata l’opera dei Vigili del Fuoco,dei Carabinieri,dei barcaioli per il trasporto di evacuati,specie dall’Isola camerini da dove pero’una notevole parte della popolazione,benche’ con l’isola tutta allagata,continuava a rifiutarsi di evacuare intendendo rimanere a sorveglianza ciascuno del proprio tesoro:il risone gia’ raccolto,il frumento per il pane di tutto l’anno…
L’aumento di volume,nelle ultime 24 ore,del corso del Po ha causato altri allagamenti.
Preoccupante la situazione nel bacino di Cavanella Po dato l’accertamento di infiltrazioni:qualche preoccupazione per il metanodotto che attraversa Villaregia.
A Corbola le acque del Po,tracimando prima e sfondando di poi gli arginelli di sostegno,sono penetrate nella grande golena sommergendo 80 campi.
Ventiquattro famiglie che si trovavano nell’ex colonia fluviale,salite al primo piano,hanno preferito non abbandonare lo stabile e il sindaco ha provveduto a mantenere i collegamenti,per il rifornimento,con delle barche.
Altre quattordici famiglie,per l’invasione della golena a valle del ponte di Corbola sono state evacuate e sistemate nelle scuole e nell’ex casa di ricovero.
Da S.Maria ad Ariano tutti gli abitanti con ogni loro roba e bestiame,si sono trasferiti lungo la strada.
Ovunque si possono vedere masserie accatastate,derrate della riserva familiare,bestiame,ecc…sotto la protezione dei capifamiglia armati del fucile da caccia.
Impossibile per ora una stima dei danni che indubbiamente sono,per tutto il Polesine,dell’ordine di molte centinaia di milioni.
Basti dire che nella zona del Delta basso Polesano oltre 5500 ettari di terreno sono stati sommersi:1980 a Polesine Camerini con oltre un centinaio di questi a grano gia’ germinato,ed ora coperti tutti in gran parte d’acqua di mare con danno gravissimo anche futuro alle culture.
14 NOVEMBRE 1951
Alle ore 20:00 per tre grandi falle negli argini maestri del Po,prodottesi nella zona di Occhiobello (Ro),valanghe di acqua si riversarono nell’Alto Polesine,progressivamente allagando tutta la zona che,tra il Po,la fossa di Polesella e il Canal Bianco,si estende per 40 mila ettari,migliaia e migliaia dei quali gia’ con il grano germinato,verdissimo e promettente.
Il Po che in tale zona,a monte di Pontelagoscuro,aveva tracimato alle ore 14:05,rendendo vane le opere di emergenze costruite durante la notte e la mattinata,riusciva ad aprirsi la via verso la bassa campagna con larghe falle in localita’ Malcantone e in localita’ Bosco di Occhiobello (tra questo paese e Santa Maria Maddalena,di fronte a Pontelagoscuro) e ad un chilometro a valle di Santa Maria,in localita’ Vallone di Canaro;brecce enormi incontenibili,l’ultima di circa 150 metri di ampiezza.
Il grande panico che,fin dalle prime ore del pomeriggio aveva preso le popolazioni,si e’ tramutato in disperazione;nella notte ormai fonda,si infittivano le file interminabili di gente in fuga con appena qualche striminzito fagotto o con niente,o anche con meno di niente,appena vestita a mezzo tanto era lo spavento e l’impulso della fuga immediata.
L’acqua in volume tale da determinare a valle una immediata diminuzione di 10 cm del livello del fiume (livello che a Polesella a quell’ora aveva gia’ superato di circa 80 cm quello della massima piena che si ricordi,verificatasi nel 1928) si spandeva fortunatamente frenata da una immensa rete di canali e di argini.
Da Canaro,da Vallone,da Garofolo,da Frassinelle e da altre localita’ piu’ vicine affluivano intanto a Rovigo a centinaia e centinaia gli alluvionati,spaventati e piangenti.
Si attendevano entro la notte duemila alluvionati,mentre altre migliaia dai comuni di Castelmassa,Melara,Bergantino,Pincara,ecc…venivano avviati verso il territorio mantovano e veronese e altri verso i comuni oltre il Canal Bianco.
Impossibile valutare L’iimensita’ del danno;il Polesine vive ore tremende e alle migliaia di alluvionati del Delta Po si aggiungono ora queste altre migliaia che tutto rischiano di perdere.
Non si hanno ancora segnalazioni di disgrazie umane.
All’interruzione del traffico sulla statale n.16 da Rovigo a Ferrara,attuata fin da ieri mattina,alle ore 17:00 e’ seguita anche quella dei servizi ferroviari sulla Rovigo-Bologna poiche’ il transito sul ponte ferroviario di Pontelagoscuro e lungo la zona alluvionata,da Canaro a Occhiobello,e’ impossibile.
Tutti gli autoservizi in partenza verso sera dal capoluogo per i paesi della provincia sono stati requisiti:a Rovigo sono percio’ rimaste bloccate anche molte persone che non hanno potuto raggiungere la loro residenza in provincia.
Per tutta la notte si sono uditi ancora,lontano,suonare a stormo i campanili delle parrocchie,ai bordi della grande pianura inondata.
15 novembre 1951
La cronaca del giorno successivo registra la tragedia avvenuta nei pressi di Frassinelle nella notte tra il 14 e il 15 novembre.
Decine di persone che si trovavano in un camion annegarono nelle acque dell’inondazione.
Un bilancio definitivo delle 84 vittime fu possibile solo 4 mesi dopo.
16 novembre 1951
Era parso un miracolo.
Era sembrato che il grande nemico si fosse dato nella sua furia un limite di rispetto.
Era parso,insomma,che egli volesse attuare piu’ che una vendetta una rivendicazione.
Una rivendicazione,per quanto tremenda,sui beni che per anni e anni era andato distribuendo agli uomini sulle sue sponde ubertose,non una vendetta sanguinosa.
Per questo nell’immane disastro c’era in fondo,fino a ieri,quasi un senso di sollievo,invece.
Il camion parti’ da Rovigo a mezzanotte.
Era stato requisito alla vetreria Baccaglini,sotto sera,quando le notizie dai lontani argini del Po avevano annunciato una situazione insostenibile.
Il viaggio fu subito avventuroso.
Giunti verso Villamarzana e poi al Canal Bianco,le strade facevano spavento,mettevano i brividi.
Una teoria infinita di pianti,una fila interminabile di carri e di carriole carichi di donne,di bimbi,di masserizie.
Dietro i carria intasare le strade,un procedere lento di buoi,di vacchette,di cavalli spinti avanti da irose bastonate e da urla isteriche.
Il camion andava avanti perche’ piu’ lontano altri piu’ esposti al pericolo attendevano un soccorso.
Ma a Frassinelle l’acqua montante,vertiginosamente,dirotta l’automezzo su un cascinale dove erano concentrate,sbigottite,circa 30 persone.
Il carico si effettuo’ convulsamente:qualcuno voleva restare e voleva partire nello stesso tempo.
Guardava la sua terra e la sua casa 200 metri piu’ in la’ e non sapeva decidersi a staccarsene.
Finalmente,sulle tre di notte l’autocarro prese il via del ritorno;era rimasto,agli indugi,inesorabilmente attardato.
L’acqua gli montava alle spalle con crescendo impressionante,le ruote scavavano nel fango,il motore faticava.
In tre chilometri la catastrofe.
Improvvisa l’ondata si profilo’ anche davanti:la piena della seconda “rotta” aveva aggirata la posizione e congiungeva le sue masse.
Il camion fu bloccato in un istante.
In pochi istanti l’acqua fu sopra le ruote.
Quel che e’ successo dopo,i sopravvissuti lo ricordano come un incubo straziante.
Oltre al tragico fatto,la cronaca si sofferma a descrivere l’evolversi della situazione che va via via aggravandosi.
16 novembre 1951
La piena raggiunge le trincee del Canal Bianco,alto 7 metri,le ha spezzate in due punti.
Le brecce sono state aperte a monte e a valle del Ponte La Rocca a meno di un chilometro da Arqua’ Polesine.
Avevano al momento dello schianto l’ampiezzadi una ventina di metri.
In un baleno la nuova massa ha ingrossato a dismisura il Canal Bianco e poco dopo questo ha attaccato l’argine e lo ha rotto anche a Sant’Appolinare con una breccia di una decina di metri.
E sempre verso nord,sempre verso Rovigo.
Il comprensorio e’ ormai svasato.
La minaccia si e’ estesa in su,alla volta dell’Adige,nella zona piu’ popolosa del Polesine.
Invano nella tarda mattinata premendo gli eventi,il Genio Civile aveva tagliato la “fossa” di Polesella.
la fossa e’ uno scavo collettore di modeste proporzioni che unisce il Po al Canal Bianco e serve alla distribuzione delle acque per l’irrigazione.
Tagliando la fossa si pensava di avviare in extremis la piena verso il basso Polesine,di ricondurla quasi alla foce del Po,di istradarvela magari,si pensava comunque di spingerla a mare,con il male minore.
Ma l’acqua non ha accettato l’invito.
E ora avanza su entrambi i fronti verso il mare e verso il nord.
Il “Gazzettino di Rovigo” del 16 novembre 1951,precisava che con il taglio della “fossa” si intendeva contenere l’alluvione nella zona polesana a sud del Tartaro-Canal Bianco,dal confine della provincia con il mantovano a Bottrighe,sotto Adria,e con speranza che parte dei paesi sia dell’alto che del medio Polesine potessero venire almeno sottratti alla piu’ grave conseguenza dell’alluvione.
Vengono fatti pervenire a Rovigo,con camion militari,con autocorriere e con automezzi requisiti a ditte e privati,migliaia di alluvionati saturando ogni possibilita’ di ricetto.
Diviene quindi indispensabile organizzare il trasferimento degli alluvionati in altri luoghi di accoglienza.
Quest’oggi saranno effettuati due treni speciali per Verona e Padova a disposizione degli alluvionati.
Nella giornata di ieri secondo le ultime segnalazioni ne sono stati avviati in provincia di Padova circa 7 mila e mille a Verona.
Altri saranno avviati quest’oggi a Vicenza e a Venezia.
16 NOVEMBRE 1951
L’acqua avanza verso Rovigo ed Adria.
A memoria d’uomo situazione cosi’ tragica non si ricorda.
Vi fu la tremenda rotta dell’Adige del 1982 che semino’ gravi distruzioni,ma in misura indubbiamente assai minore di questo immenso flagello che il Po ha voluto infliggere al polesine.
Piene paurosissime,si’,vi furono nel 1917 e nel 1926,ma rotte del Po quale quella che ora ha colpito la nostra provincia,bisogna andare e ricercarle forse soltanto nelle antiche storia che raccontano della rotta di Ficarolo di piu’ secoli fa’.
Certamente oltre la meta’ dell’intero polesine e’ inondata dal Po.
aggiuntasi l’acqua del Canal Bianco,che le valli veronesi alimentano.
Rovigo stessa e’ attanagliata dalla rotta che rovescia migliaia di metri cubi al secondo per ogni via.
E ieri notte,stamane,quest’acqua terribile s’e’ stretta ancor piu’ attorno alla citta’ capoluogo pur non cessando di allargare le sue ondate a tante e tante zone ad ovest e ad est della provincia.
Per tutta la notte gran parte di Rovigo ha vegliato.
Per la rotta di Sant’Apollinare del Canal Bianco e di Arqua’ Polesine,l’allagamento aveva ormai raggiunto l’argine del Naviglio Adigetto,alla immediata periferia della citta’ ed anzi tagliante a mezzo alcuni suoi quartieri.
Alla Tassina,al Bassanello,a Belfiore,al Sottopassaggio fin dalle prime ore del giorno andava estendendosi ed aumentando l’allagamento.
Alla mezzanotte in citta’ dall’argine destro dell’Adigetto l’acqua tracimava abbondantemente in piu’ punti e cioe’ dal Ponte Marabin al Ponte dei Frati.
Dal Bassanello l’acqua avanzava verso il centro cittadino con previsione di allagamento di una larga zona centrale entro poche ore.
Continuamente veniva fatto invito alla popolazione a sfollare la citta’ concentrandosi alla stazione ferroviaria.
Ai margini della zona periferica di allagamento,fervidissimo ancora il lavoro di erezione di coronelle con sacchi di terra.
Coloro che hanno deciso di rimanere in citta’ sgombrano i piani terreni.
Davanti alle porte delle abitazioni gli inquilini dispongono trincee di sacchi;molti hanno addirittura tappato le porte per l’altezza di circa un metro con un muretto a mattoni di cemento.
I tecnici del Genio Civile ritengono che l’allagamento di Rovigo,in ogni caso,non sara’ di altezza pericolosa.
Alle ore 23:00 Adria segnalava l’acqua ad appena 300 metri dal centro della citta’:rimaneva aperta soltanto la strada per Cavarzere ma con possibilita’ di imminente chiusura al traffico per allagamento.
L’acqua montava con violenza:a nord alla stazione e in localita’ Bortolina,a sud alla Chiappara.
Alcuni corti circuiti facevano presumere che presto sarebbe venuta a mancare la luce.
Si segnalava la necessita’ di torce a vento e di un anfibio di salvataggio.
A Ca’ Emo alla stessa ora circa 300 persone risultavano isolate mentre cominciava a verificarsi qualche crollo.
Alle ore 17:00 e’ stato ordinato lo sgombero dei pianterreni della citta’ di Rovigo ed e’ stato consigliato alla popolazione di evacuare l’abitato portandosi oltre l’argine dell’Adige.
Cento grossi automezzi,tutti quelli che si son potuti recuperare,sette tradotte e vari treni speciali,nonche’ altri autoveicoli sono stati posti a disposizione dei cittadini.
E’ stato disposto perche’ Padova accolga 10 mila persone.
17 NOVEMBRE 1951
Si aggrava la minaccia su Rovigo per cui a mezzanotte viene dato l’ordine di sgombero.
18 NOVEMBRE 1951
Alle ore 24:00 tutti gli altoparlanti dislocati nei punti strategici della citta’ di Rovigo hanno trasmesso il seguente annuncio:”In seguito all’ampliarsi della frana determinatasi in localita’ San Sisto Buso si ordina a tutti i cittadini di abbandonare immediatamente la citta’ con tutti i mezzi a disposizione,anche a piedi.Essi devono dirigersi verso Boara Pisana ove troveranno autocolonne che li avvieranno verso Padova”.
Adria e’ invasa dalle acque e rimane completamente isolata.
L’allarme disperato che si era preveduto per tutta una notte insonne sugli argini dell’adigetto e’ venuto invece dalla bassa Polesana.
Era,a pensarci,una cosa quasi logica.
Si sapeva che Adria era premuta dalle acque,si sapeva che la strada di deflusso al mare doveva essere quella.
Soltanto che l’inferno di Rovigo aveva preso un po’ tutti perche’ era l’inferno della minacccia piu’ vicina e pressante.
Ma in 24 ore la situazione si e’ inesorabilmente scontata.
Rovigo ha resistito.
Adria attaccata dalla marea da ogni sua parte e isolata,bloccata,sommersa.
L’acqua comincio’ a montare intorno ad Adria ancora ieri sera.
Veniva dalla fossa di Polesella dove gli argini tagliati dal Genio Civile ai primi giorni dell’inondazione per evitare l’allagamento a nord del Canal Bianco si erano largamente sfaldati.
Oggi all’alba i 20 mila rimasti nell’abitato non avevano aperta che la via di cavarzere.
Non ne approfittarono.
E’ cosi’ difficile adattarsi ad abbandonare la propria casa.
A mezzogiorno anche quella strada era tagliata;l’acqua serrava sotto sulla citta’ riducendo progressivamente il cerchio dell’assedio.
Due km,un km,poi fu fatto un laga.
Intanto di casa in casa per la furia della marea,si spargeva il panico.
Qualche famiglia era realmente in pericolo.
Si organizzarono delle cordate a nuoto in mezzo ai vortici,qualche coraggioso si avventuro’,assicurato con corde,nel salvataggio di alcuni uomini,di molte donne e bambini.
Furono concentrati al Teatro Sociale.
In un teatro non ci sono viveri,neppure in tutte le case ci sono viveri…
Ventimila persone dicevamo,sono asserragliate nell’abitato.
Il loro numero imponente costituisce di per se un problema gravissimo per l’opera di soccorso.
Finalmente dopo tante angosce e attese,in serata di ieri una fiaccola di speranza per risolvere la ormai tragica situazione di Adria e’ venuta da quelle alte autorita’ del Governo,della Provincia,delle forze armate che mai un momento avevano trascurato ogni sforzo per riuscire nella,purtroppo,difficile impresa.
Abbiamo gia’ dato notizia di quello che e’ stato l’inizio d’allagamento di Adria.
Un’ondata di 3 metri si era riversata con la massima violenza in via Chiappara e si era allagata nel centro cittadino raggiungendo il retro della Cattedrale e successivamente Piazza Garibaldi.
La zona della stazione registrava un’altezza d’acqua di metri 1,40.
Nel pomeriggio di ieri al Duomo metri 1,20.
Lo stesso Corso del Popolo era interrotto in tre parti formando altrettante isole divise da canali profondi.
La notte era stata di terrore.
Una parte della citta’ per l’allagamento di una cabina elettrica era rimasta senza luce.
Non v’erano fiaccole,non v’erano altri mezzi d’illuminazione.
Nel buio si alzavano da ogni parte grida d’angoscia,implorazioni di soccorso.
Non v’era alcun mezzo per raggiungere i disgraziati in grave pericolo.
Ed allora alcune squadre di animosi,muniti soltanto di corde onde,all’uso alpino,costituire cordate di sicurezza,si gettarono in aiuto di quanti era possibile loro raggiungere entro le case che non offrivano resistenza ed erano di poco piu’ alte,in certi punti,all’imponenza dell’ondata e meno resistenti alla corrente velocissima ed ai vortici che ovunque si producevano.
Nelle frazioni di Ca’ Emo,di Magnolina,di Fasana,di Botte Barbarigo e Fossa,in localita’ tiro a segno uguali condizioni.
Gente sui tetti delle case,gente sull’alto dei fienili tutti imploranti soccorso.
Per la strada di Loreo erano entrati ad Adria 150 soldati.
Vi rimasero bloccati.
Furono essi soltanto che con pochi volenterosi lavoravano quanto piu’ possibile a tentare la protezione del centro adriese.
Nel pomeriggio la zona del centro urbano non allagata aveva un raggio massimo di 500 metri.
Fino ad allora purtroppo nessun soccorso di alcun genere aveva potuto raggiungere Adria.
Si calcola che dalle 15 alle 20 mila persone tra centro e frazioni ne avessero estremo bisogno.
Mentre a Rovigo diminuisce il pericolo di inondazione ad Adria inizia il salvataggio e si prevede lo sfollamento degli abitanti.
19 NOVEMBRE 1951
Il primo anfibio di soccorso e’ giunto ad Adria,da 24 ore completamente isolata,alle ore 12:30 di oggi.
Era partito da Cavarzere per fare da staffetta a tutti gli altri mezzi di soccorso concentrati presso il paese.
Ci si attacco’ ai coraggiosi che arrivavano.
E sembrava che in realta’ essi riportassero la vita.
Prima era stato tutto un dramma.
L’acqua,tolta la Piazza Garibaldi che e’ la sola anche adesso a essere sgombra,si era alzata mano a mano dintorno fino ad un metro;peggio,era salita verso la periferia sino a raggiungere i 2 metri.
Aveva stretto un’insidia implacabile.
Non tutti avevano saputo resistere a quest’insidia,quando l’orologio si ferma e le ore non passano piu’,quando le poche scorte familiari di viveri non sembrano piu’ sufficienti,quando la luce viene a mancare,quando i bambini si mettono a piangere.
E alla periferia erano cominciate a giungere le prime urla di soccorso e schioppettate di richiamo.
La paura e’ contagiosa:si era diffusa di casa in casa,propagandosi anche nelle abitazioni verso il centro dove la stretta dell’acqua era assai meno impressionante.
Poi si era diffusa la notizia che qualche edificio era crollato.
Si ebbe l’angoscia.
Le squadre di aiuto intensificarono allora la loro opera,i volontari moltiplicarono lo sforzo e l’operazione riusci’.
nella tarda mattinata il centro della citta’ era quasi saturo di scampati:in Municipio,al Teatro Comunale e al Teatro Massimo.
Pericoli imminenti nella periferia non se ne segnalavano piu’.
Ma era subito pronta una nuova angoscia.
Mancavano i viveri,mancava soprattutto il latte per sfamare oltre 1500 bambini piccoli.
Mancava anche l’acqua e mancavano i medicinali;i soccorsi tardavano.
Si comincio’ a sperare che arrivassero dal cielo.
Sul selciato della Piazza Garibaldi vennero tracciate grandi fasce di tinta bianca e rossa.
Da tutti gli edifici vennero esposte bandiere.
Sembravano il segno di una grande festa,sventolavano soltanto una disperata speranza.
La speranza che il tripudio dei colori vincesse la foschia,se gli aerei fossero apparsi in alto,e i lanci non finissero inghiottiti dall’acqua.
Ma non apparvero gli aerei;a mezzogiorno e mezzo invece spunto’,in mezzo alla gialla distesa,la sagoma dell’anfibio staffetta.
per questo i nervi non si spezzarono.
L’anfibio non portava niente con se’,ma portava la certezza che l’assedio era finito.
I primi aiuti giunsero tre ore dopo e arrivarono via acqua.
Alle tre e mezzo la foschia,che riduceva la visibilita’ a 200 metri,fu rotta da un raggio di sole.
Su quel raggio di sole si infilo’ un cacciabombardiere che pennello’ un lancio magistrale.
Piovvero su Piazza Garibaldi 10 sacchi di viveri.
Un altro aereo,un trimotore S.82,imito’ la manovra e fu paracadutato un pacco di medicinali e di steridrolo per la purificazione dell’acqua.
era poca cosa per i 30 mila isolati nella citta’ e nei comuni limitrofi,ma era l’inizio.
I 20 mila di Adria devono tutti evacuare al piu’ presto.
La citta’ e’ sulla via delle acque,di tutta la marea che ha invaso il Polesine e che fatalmente dovra’ andare all’Adriatico.
Lo sgombero e’ l’unica soluzione,anche perche’ i rifornimenti e il vettovagliamento con mezzi eccezionali non possono essere continuati per settimane.
I 30 mila cominceranno a lasciare l’abitato domani mattina.
Un nuovo esodo,un nuovo spettacolo tremendo di miseria e desolazione.
L’angoscia e’ invece definitivamente alle spalle di Rovigo.
Niente era successo nella notte e cio’ consigliava i rimasti alla tranquillita’.
Riaprivano dapprima timidamente i negozi indispensabili,poi anche i caffe’ e sotto mezzogiorno perfino un paio di barbieri.
Sonavano a Messa le campane e la gente si ritrovava a bighellonare in piazza.
Nel pomerigggio reparti di bersaglieri affrontavano la frana alla periferia e con sassi e palizzate,tamponavano la falla.
Il livello dell’acqua contro gli argini dell’adigetto e’ sceso nella giornata quasi di un metro.
L’acqua se ne va’ per una rotta lontana dalla citta’.
In 48-50 ore,secondo il piano che i Comandi Militari di Padova e Bologna ,di concerto con la Marina,con il Ministro Aldisio e le autorita’ provinciali hanno studiato,Adria sara’ sfollata.
Dopo 1000 anni di storia viva,Adria diverra’ una citta’ morta.
Per due o tre mesi almeno,seppur le acque si ritireranno,i suoi 3 mila abitanti,che la amavano tanto e la sognavano ridiventare citta’ di traffici,di cultura e di opera…non vi potranno mettere piede.
Tanto tempo questa gente dovra’ rimanere lontana,quante cose care dovra’ lasciare.
La citta’ sara’ data in consegna all’Autorita’ Militare.
Tutto sara’ salvaguardato,tutto sara’ difeso.
L’esodo comincera’ per tempo e quest’opera di sgombero di una intera popolazione in cosi’ breve tempo attesta che i mezzi che saranno approntati sono indubbiamente imponenti.






